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Il PD, Moro e Berlinguer

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La ricorrenza dei trent'anni dal rapimento e assassinio di Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse ha costituito l'occasione per una rivendicazione di eredità da parte del PD. Con argomenti solo in apparenza simili, e per certi aspetti ambivalenti. Primo argomento. Moro ebbe coscienza della crisi della democrazia italiana e immaginò una democrazia compiuta, in un'epoca ancora segnata dalla guerra fredda. In un contesto storico diverso, il progetto del PD si inserisce in questa linea di pensiero. Secondo argomento. Moro e Berlinguer furono figure accostabili per la loro capacità di fare politica difendendo valori comuni e avendo a cuore gli interessi del paese. Nella missione del PD rientra proprio l'esigenza di contribuire a definire una cultura delle regole condivisa, e insieme uno spazio per il gioco politico.

Avere un'idea del passato è importante per costruire il futuro. Quando si verifica un cambiamento politico significativo, le tradizioni non sono sempre facilmente individuabili, in una certa misura sono da "inventare". Ma il problema è comunque quello della credibilità e degli obiettivi. Moro e Berlinguer condivisero il medesimo progetto politico o no? E la cultura politica del PD può dirsi in continuità con le loro rispettive culture politiche? Se si risponde di no, rispettando la verità storica, allora ci si richiama all'idea di una "normalizzazione" della democrazia italiana e di una liquidazione della storica "anomalia italiana" in Europa. Se si risponde di si, alimentando una leggenda, allora ci si richiama all'idea di una irriducibile "diversità" della politica italiana e si compie un'apologia dell'"anomalia italiana". Quale è la scelta del PD?

L'elezione del terzo presidente della Russia postsovietica, Dmitrij Medvedev, accresce, invece di sciogliere, gli interrogativi sul futuro del paese. Quale sarà il ruolo dell'ex presidente Putin, ora nelle vesti di primo ministro? Come si assesteranno gli equilibri tra i poteri forti sotto una diarchia, invece che sotto un'autocrazia? Il nuovo presidente terrà fede alla sua fama di occidentalista, e in tal caso, cercherà di dare vita a metodi più credibili sotto il profilo della democrazia? Ci vorrà tempo per fornire risposte. Per il momento, vale la pena di riflettere sul contesto politico che ha segnato il passaggio delle consegne. La "democrazia controllata" creata da Putin appare un'invenzione politica ormai sufficientemente consolidata, in grado di consentire una delicata, sebbene ambigua, transizione del potere. La Russia è un paese privo di un'autentica opposizione parlamentare, con un sistema politico dominato dal partito del presidente, con un sistema dell'informazione integralmente controllato dall'alto. Ma il presidente e il primo ministro ricevono una larga legittimazione popolare dai riti di una democrazia manipolata. I richiami ai precedenti storici, alla storia della Russia e a quella del comunismo, si sprecano. Ma nessuno sembra davvero soddisfacente. Franco Venturini ha acutamente paragonato la mossa di Putin a quella fatta a suo tempo dal leader cinese Deng Xiaoping: designare i successori ritagliando per sé il ruolo di un'eminenza grigia. L'immagine è suggestiva, ma è difficile dire se corrisponda davvero alla realtà della Russia di oggi, se non altro perché la personalizzazione della politica ha giocato e gioca un ruolo fondamentale nella costituzione materiale della "democrazia controllata". Lo sdoppiamento dei ruoli sembra perciò aprire comunque una contraddizione non facile da ricomporre. Proprio questa considerazione, però, ci rimanda a un passato più profondo e stratificato, fuori dai precedenti più immediati, che con Putin è riemerso e che ora si perpetua senza una prospettiva chiara. L'identificazione del potere in una singola personalità presenta radici forti nella storia russa e comunista. La mossa di Putin ne costituisce un tentativo di superamento o un modo per riaffermarne il carattere imprescindibile, mettendo insieme due figure che rappresentano in realtà un'unica "personalità politica"? (...)