Nella recente storia della sinistra italiana le problematiche identitarie sono sempre state l'altra faccia di una incapacità espansiva. Il precedente ormai classico è rappresentato dalla "diversità" berlingueriana e post degli anni ottanta, quando la forza del PCI non trovò sbocchi politici e di governo. Anche la "gioiosa macchina da guerra" occhettiana degli anni Novanta ricalcò quel modello. La successiva vicenda dei democratici di sinistra non ha mai veramente liquidato la maledizione identitaria, malgrado l'esperienza di governo. Essi hanno sofferto sia di un deficit di identità ("la cosa2") sia di un eccesso di dibattito sull'identità ("dire qualcosa di sinistra"). Dopo la sconfitta elettorale, il PD corre gli stessi rischi. Di essere un partito dall'identità debole e però percorso da un orgoglio autoreferenziale. Non solo a causa della difficoltà delle due anime costitutive a fondersi in una cultura politica più unitaria. Ma perché il profilo culturale sinora emerso appare eclettico e indefinito. Si dirà che si è stabilita una più solida appartenenza riformista. Sarebbe ingiusto non riconoscerlo, è un dato nuovo nella storia della democrazia italiana. Resta però un interrogativo. Perché il richiamo a (quasi) tutte le più nobili tradizioni riformatrici della prima repubblica non suscita consensi più larghi e non si è tradotto in una proposta politica vincente? Tra le risposte, va considerata la possibilità che per liquidare definitivamente la maledizione identitaria serva una più coraggiosa soluzione di continuità.

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